premessa
La criminologia nell'ambiente di lavoro
Un nuovo approccio al fenomeno dei crimini aziendali
Ricerca scientifica e strategie di intervento
   
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CRIMINOLOGIA DEL LAVORO

[premessa]

Per crimini negli ambienti di lavoro intendiamo “quelle azioni criminali maturate ed eseguite in un contesto lavorativo, laddove la scena criminis è localizzata nel luogo (fisico, simbolico) in cui due o più persone svolgono attività lavorative”.
Tali delitti assumono delle caratteristiche particolari, legate alla natura delle relazioni intercorrenti tra autori e vittime del crimine e al particolare ambiente sociale.
La presenza di rapporti professionali, la gerarchia, le relazioni economiche, implicano infatti per i criminologi e per i legali, la valutazione di variabili specifiche che emergono nelle ricerche e negli interventi clinico-peritali. Proponiamo a tal fine, per esigenze tassonomiche, una tipologia di alcuni reati consumati nel luogo di lavoro:

tipo 1: azioni illegali commesse dal datore di lavoro o dal superiore gerarchico nei confronti del dipendente/sottoposto (es: mobbing, molestie sessuali, violenze-minacce, sfruttamento del lavoro minorile, violazioni alla legge 626 e alla sicurezza in genere);

tipo 2: azioni illegali commesse dai dipendenti nei confronti dell’azienda o di altri dipendenti (pariordinati) sfruttando le opportunità legate alla loro posizione nell’ambito dell’organizzazione (es: computer-crime, frodi, furti, appropriazioni, danneggiamenti, insider trading, omicidi, massmurder);

tipo 3: azioni illegali commesse dall’area di detenzione della leadership (o del singolo leader o professionista) nei confronti di altre organizzazioni (o professionisti) concorrenti o della collettività (dell’ambiente sociale) - (es: spionaggio industriale, reati economici e fiscali, dumping, sabotaggi).

La Criminologia nell’ambiente di Lavoro

I crimini maturati nell’ambiente di lavoro, tranne che nei casi particolarmente eclatanti (es. gli omicidi), sono spesso caratterizzati da ridotta evidenza e da elevato numero oscuro poiché, sovente, sulla loro denuncia interferisce la logica aziendale, sia da parte del datore di lavoro (o del superiore gerarchico) che da parte del dipendente/sottoposto.
Un datore di lavoro può ad esempio trovare convenienza nel non denunciare il furto subito (commesso da un dipendente) per non evidenziare la fragilità della sua azienda nell’ambito della sicurezza (e quindi dell’affidabilità), mentre un dipendente può tacere sull’inadempienza alla legge 626 o su molestie sessuali subite per non perdere il posto di lavoro o semplicemente per non subire “rallentamenti” nella carriera.
Si tratta quindi di un ambito criminologico particolarmente complesso e connotato spesso da “toni di grigio” e situazioni sfumate.
Gli autori di tali crimini tendono a distaccarsi dallo stereotipo del criminale di strada appartenendo a volte anche alle classi sociali più agiate. La letteratura criminologica sottolinea come le caratteristiche sociali e psicologiche di molti autori di crimine nell’ambito dei luoghi di lavoro siano molto distanti dai modelli che si configurano normalmente nello street-crime e nelle forme delinquenziali classiche.

È forse proprio la “scarsa visibilità” il carattere dominante di questi soggetti e delle azioni illegali da essi commesse.

Un nuovo approccio al fenomeno dei crimini aziendali

In questa area tematica proponiamo un nuovo approccio ad alcuni reati che si possono manifestare nelle aziende e nella Pubblica Amministrazione e che sembrano essere emergenti in numerosi luoghi del mondo e che presentano delle caratteristiche criminogenetiche particolari.
L’approccio che proponiamo per analizzare le suddette tematiche è a nostro avviso abbastanza innovativo, essendo al suo interno sostanzialmente bilanciata la considerazione del danno subito sia dal dipendente che dall’azienda.
Le costruzioni teoriche e le metodologie proposte considerano infatti sia la vittimizzazione dei dipendenti (economica, fisica, psicologicica) che quella subita dall’organizzazione (economica, di immagine, di clima organizzativo, di produttività eccetera). Questa ottica, per quanto riguarda i reati appropriativi o i danneggiamenti (dei dipendenti nei confronti dell’azienda) appare abbastanza scontata, ma diviene forse meno intuitiva nel momento in cui vengono presi in considerazione dei reati in cui i dipendenti costituiscono la vittima elettiva primaria (es. nelle molestie sessuali e nel mobbing) anche nell’immaginario collettivo.
A nostro avviso, infatti, anche in questi comportamenti illegali si può riscontrare un danno da parte dell’azienda o della Pubblica Amministrazione (che si pone quindi come vittima secondaria).
In caso di molestie sessuali ad una o ad un dipendente (e di denuncia dell’accaduto naturalmente) l’organizzazione in cui è avvenuto il reato subirà anch’essa notevoli danni così come nel caso di mobbing che sovente è attuato da livelli direttivi intermedi (o tra colleghi) all’insaputa della dirigenza e del top-management.
Ad esempio in tali casi la vittima e l’autore dovrebbero essere ovviamente separati e sostituiti creando dei costi aziendali oltre che un deterioramento nel “clima” psicologico di tutto l’ambiente di lavoro. Queste considerazioni, da un certo verso apparentemente “crude”, non devono essere fraintese.
È chiaro che la sofferenza di una donna molestata non può essere posta sullo stesso piano del danno economico di un’organizzazione, ma è altrettanto vero che le aziende e la Pubblica Amministrazione potrebbero essere incentivate nell’investire risorse per contrastare e prevenire il crimine aziendale (e per stabilizzare un clima di legalità) non solo per convinzioni civili e morali, ma anche per valutazioni di management.

La legalità intesa quindi come un interesse congiunto delle potenziali vittime e dell’organizzazione in cui esse operano e non come una frattura e un motivo di conflittualità.

Ricerca scientifica e strategie di intervento

Gli aspetti significativi da considerare nell’ambito dei crimini aziendali sono quindi, da un lato, la sudditanza economica e psicologica del dipendente nei confronti del datore di lavoro (o del superiore gerarchico) e, dall’altro versante, i costi aziendali necessari ad interventi efficaci (preventivi e repressivi) che costituiscono sovente un deterrente per le organizzazioni.
In pratica è possibile ritenere che le ricerche riguardo la conoscenza e quindi la percezione del crimine, soprattutto da parte dell’opinione pubblica, siano di vitale importanza poiché forniscono informazioni e conferme sulla diffusione di stereotipi e atteggiamenti relativi a determinate azioni criminali, e tali informazioni sono a nostro avviso indispensabili strumenti operativi per l’analisi del problema criminale e per la progettazione di efficaci percorsi preventivi.
Da alcune ricerche condotte con tale approccio in Europa e negli Stati Uniti è emerso ad esempio come la percezione sociale di alcuni crimini informatici possa risultare a tal punto distorta che alcune persone non considerano reato ciò che è considerato tale dalle norme penali o civili.
Molti individui, pur consapevoli che alcuni comportamenti sono un atto illegale, si giustificano per il fatto di praticarli in quanto li percepiscono come impersonali, ossia che non producono danni economici diretti e non causano danni evidenti alla collettività. Una delle caratteristiche peculiari dei molestatori è ad esempio la mancanza o il mal funzionamento di quel meccanismo psicologico denominato role-taking, ovvero la capacità di mettersi nei panni di un altro individuo assumendone altresì la prospettiva ma conservando, contemporaneamente, la propria visuale del mondo. Il role-taking, in taluni casi, si può sviluppare con opportuni interventi di formazione/coscientizzazione.

Testo tratto da Strano M., Manuale di Criminologia Clinica, See Edizioni, Firenze 2003


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