premessa
Analisi dei casi di omicidio
   
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OMICIDI

[premessa]

L’omicidio, tra i comportamenti criminali, è quello che genera maggior allarme sociale anche se le statistiche sul fenomeno in Italia hanno visto negli ultimi 30 anni un andamento in costante calo (attualmente si verificano in Italia meno di 800 omicidi ogni anno).
Per questo motivo, studiosi di vari campi (psicologi, psichiatri, criminologi, giuristi e sociologi) si adoperano nello studio fenomenologico e causale della condotta omicida.
Numerosi crimini violenti, specie se maturati in ambiente intrafamiliare, vengono solitamente considerati opera di un soggetto che ha agito in preda ad un raptus (definiti come reati privi di movente).
In realtà molti degli omicidi che non comportano evidenti vantaggi utilitaristici per l’assassino (privi di movente) in realtà portano quasi sempre dei vantaggi per l’autore che però vanno analizzati all’interno di dinamiche psicologiche, molto profonde e talvolta segnate dalla psicopatologia.
In questi casi è quindi più corretto parlare di motivazione omicidiaria anziché di movente poiché la spinta endogena, il guadagno ottenibile, non è di natura materiale, ma di tipo psicologico e quindi espressivo.
Anche il concetto di raptus risulta in quest’ottica a nostro avviso poco adatto alla spiegazione degli omicidi, sia sotto l’aspetto criminologico che sotto quello medico-psichiatrico.
La malattia mentale, come ogni malattia, ha infatti un suo corso, ha suoi sintomi, i suoi segnali, le sue crisi acute. Ipotizzare l’esistenza di un soggetto assolutamente sano, che impazzisce improvvisamente commettendo un orribile delitto in preda ad un non meglio precisato discontrollo episodico della coscienza e che subito dopo ritorna allo stato antecedente di assoluta normalità e razionalità, significa ipotizzare qualcosa che, pur se di indubbia praticità processuale (specie difensiva), appare assolutamente stridente con le conoscenze medico-psichiatriche correnti.
Che in molti crimini violenti possano essere coinvolte delle patologie psichiche più o meno gravi si può essere d’accordo, ma che un soggetto sano impazzisca del tutto solo per il tempo necessario a compiere un omicidio è una spiegazione criminologica che ha il sapore di una semplificazione esasperata.
La ragione per cui il concetto teorico del raptus continua a essere legittimato in ambito psichiatrico-forense e processuale è forse da ricercare nella valenza sociale di tale spiegazione: considerare chi compie un crimine orrendo come un pazzo, diverso da tutti noi, consente alla collettività di prendere le distanze da comportamenti inaccettabili sul piano sociale, controllando “fantasmi” e ansie latenti. Del resto, fin dall’inizio della storia del pensiero criminologico, molti studiosi si sono affannati senza successo a individuare e definire uno stato psichico comune a tutti i criminali, a delineare i tratti di una personalità criminale.

La ricerca criminologica, infine, ha dimostrato che il malato psichico non compie più crimini del soggetto cosiddetto “normale” e che la maggior parte dei reati commessi da pazienti psichiatrici sono di scarsa gravità (atti osceni, danneggiamenti di oggetti ecc.).
L’idea che gli assassini senza movente apparente siano tutti malati di mente implica inoltre che tali individui possano essere facilmente considerati in ambito processuale come incapaci di intendere e volere, con evidenti rischi sotto il profilo della possibilità di recidiva.

Analisi dei casi di omicidio

L’analisi dei casi, nell’ambito degli omicidi, rappresenta una metodologia di indagine che fornisce numerosi spunti conoscitivi sia per indagini statistiche su larga scala che su un limitato campione di eventi, ad esempio per la realizzazione di profiling.
Tale studio, per poter assumere dignità scientifica e diversificarsi da una mera descrizione di accadimenti delittuosi, deve però possedere carattere di sistematicità e riproducibilità.
In tali ricerche, preliminarmente dovranno quindi essere indicati i criteri di selezione dei casi con un’apposita griglia di analisi. In tale ottica assume importanza la presenza o meno di un autore noto.
Il colloquio con l’omicida è infatti necessario per applicare delle tecniche di analisi complesse che tengano in considerazione il processo psicologico che conduce il soggetto al crimine interpretando la realtà.
In assenza di un autore noto assumerà quasi esclusiva rilevanza l’analisi della scena del delitto, la criminalistica e lo studio delle caratteristiche della vittima. La griglia per l’analisi degli omicidi che proponiamo non si concentra sui soli spunti motivazionali, ma assume un quadro concettuale che ipotizza un omicida che presenti comunque una capacità (da quantificare) di attribuire significato all’azione criminale che sta per compiere giungendo all’omicidio dopo aver valutato (anche brevemente) i rischi, la paura di essere catturato, la possibilità della sanzione, l’atteggiamento dell’ambiente sociale rispetto all’azione, le sensazioni prodotte dalla vittima eccetera.
In tale ottica dobbiamo così considerare tre componenti specifiche: l’autore, l’azione e la vittima.
Per quanto riguarda la prima componente, l’autore, la nostra analisi dovrà considerare alcuni fattori come le caratteristiche fisiche (età, sesso, etc.), le caratteristiche socio-culturali (gruppo sociale di appartenenza, status sociale, religione, etc.) e quelle psicologiche (caratteristiche di personalità, aggressività, socialità, etc.).
Della seconda componente, l’azione, dobbiamo considerare il modo in cui è stata compiuta, il luogo dove si è svolta, le eventuali situazioni che favoriscono od ostacolano l’azione, etc..
Importante, infine, considerare le caratteristiche della vittima (anche in questo caso fisiche, sociali e psicologiche) per capire se essa ha avuto un ruolo attivo o passivo all’interno della condotta omicida e se aveva rapporti di qualche genere con l’autore.
Secondo il nostro approccio, dunque, l’autore di un omicidio non è governato da impulsi o raptus improvvisi, ma una volta prescelta la vittima, producendo quindi la fantasia omicidiaria (per un qualche motivo interno o esterno all’autore), egli comincia a pensare (tale pensiero può durare giorni, mesi, anni o un brevissimo attimo) “anticipando” gli effetti della propria azione (i vantaggi ottenuti, potrebbe essere o no arrestato, il luogo, i significati e le reazioni sociali, etc.). Finito tale percorso mentale il soggetto decide se portare a termine oppure rinunciare alla condotta omicida.
Per produrre una casistica scientificamente rilevante è quindi necessario dichiarare i criteri adottati per descrivere gli omicidi, proponendo a tal fine una possibile griglia descrittiva.
Analizzando i casi seguendo tale schema (o altre griglie appositamente sviluppate dal ricercatore) si ottengono studi verificabili che si possono offrire alla comunità scientifica per eventuali falsificazioni empiriche.
Evidentemente i criteri di analisi si conformeranno alle premesse epistemologiche dello studioso e risentiranno della sua formazione scientifica e della sua cultura.
La casistica analizzabile può riguardare le seguenti tipologie di omicidi:

con autore noto (con intervista e valutazione psicologica dell’autore)

con autore non noto (con analisi della scena del delitto e della vittima)

seriali (con analisi delle ricorrenze comportamentali)

 

Testo tratto da Strano M., Manuale di Criminologia clinica, See Edizioni, Firenze, 2003


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