premessa
La psicopatologia penitenziaria
   
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PSICOLOGIA E PSICHIATRIA PENITENZIARIA

[premessa]

Molti degli individui che giungono all’osservazione scientifica del Criminologo hanno avuto, nella loro vita, un’esperienza carceraria, di prigionizzazione, più o meno lunga e più o meno ripetuta.
Molto probabilmente tale esperienza ha lasciato nella loro psiche una traccia che può o meno manifestarsi nei loro processi di significazione e riflettersi così nei loro comportamenti.
Come afferma Dinitz “gli istituti penitenziari sono “istituzioni totali” in cui i valori sociali del mondo libero sono completamente capovolti.
L’atmosfera che vi si respira è satura di coercizione disciplinare, di ansia e di lotta e così solo pochi detenuti riescono a riemergere dall’ambiente carcerario completamente indenni.
La prima realtà che il detenuto si trova ad affrontare in questo speciale mondo è quella di sentirsi e di essere isolato e solo.
Di regola egli è trattato, apostrofato e punito come se fosse un bambino o un deficiente e vive in un mondo di repressione, degradazione, sfruttamento sessuale e brutalità.
In base ad una logica capovolta, gli vengono concesse ricompense per la sua irresponsabilità, per la pigrizia, per il servilismo e l’auto-umiliazione” (S. Dinitz, 1990, p. 117).
L’influenza della situazione di detenzione sui singoli individui non è comunque univoca e dipende anche dalle loro strutture personologiche antecedenti all’ingresso in carcere e da altri fattori (biologici, psicologici e sociali) che interagiscono con tale situazione.
La conoscenza degli ambienti carcerari, della “vita in prigione” costituisce quindi a nostro avviso un settore conoscitivo importantissimo nel know-how di un Criminologo.

Riteniamo che nel contesto dell’analisi (anche predittiva) del comportamento criminale di un individuo le esperienze carcerarie pregresse debbano essere attentamente considerate cercando però di determinare la loro reale influenza sul singolo caso ed evitando forme di generalizzazione parametrico-statistiche in fase prognostica.

La psicopatologia penitenziaria

Le sindromi carcerarie, dette anche sindromi da “prisonizzazione”, rappresentano una risposta maladattiva alla vita carceraria da parte di alcuni soggetti che tendono a perdere la loro soggettività introiettando i simboli e i valori della prigione mostrando la riduzione delle capacità intellettive di performance e la presenza di uno stato di deterioramento mentale.
I fattori stressanti della vita carceraria responsabili del determinarsi di sindromi di prisonizzazione sono molteplici.
Tali patologie possono insorgere sia precocemente che tardivamente, a seconda delle caratteristiche individuali e delle peculiarità della vita carceraria, ma sono comunque molto diffuse. è evidente l’importanza di un riconoscimento precoce dei segni premonitori dell’instaurarsi di queste patologie e quindi della rapidità dell’intervento, sia di tipo psicoterapico che di risocializzazione (F. Bruno, V. Mastronardi, P. Ferranti, 1990, p. 277 e segg.). Le più frequenti sono i disturbi d’ansia, la depressione, il suicidio e il tentato suicidio, l’autolesionismo, le sindromi reattive.

testo tratto da Strano M., Manuale di Criminologia clinica, See Edizioni, Firenze 2003


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